casal bertone Luciana Romoli, partigiana ad otto anni.

Spesso sentiamo dire da chi si è macchiato dei peggiori crimini, collaborando allo sterminio nazista, che non poteva rifiutarsi di eseguire gli ordini. Questa storia la pubblichiamo per ricordare chi invece ebbe il coraggio di opporsi, ad otto anni.

"Va be, mi chiamo Luciana Romoli, sono nata il 14 dicembre 1930 [...]. Ero una ragazzina di Casalbertone, un quartiere che allora si trovava all'estrema periferia di Roma. Appartenevo ad una famiglia antifascista con uno zio carcerato e poi mandato al confino perché comunista.

Mio padre nel 1915-18 era stato ufficiale degli alpini, mutilato, decorato e promosso per meriti di guerra. il primo gesto politico risale al 1938, quando avevo otto anni. Frequentavo la terza elementare femminile perché a quei tempi non esistevano classi miste. La mia compagna di banco Debora era ebrea; purtroppo erano state emanate le leggi razziali che cacciavano gli ebrei dalle scuole e da tutti i posti di lavoro, compreso l’insegnamento. Un giorno poco tempo dopo l’inizio dell’anno scolastico, in classe non c’era la nostra maestra ma una supplente, mai vista prima. Dopo la preghiera e il saluto al duce che era d’obbligo, ha fatto l’appello disponendo che ogni bambina chiamata si alzasse in piedi: “voglio conoscervi”.

Arrivata a Debora le disse di non sedersi. La mia compagna in piedi vicino a me tremava; mi accostai a lei, le presi la mano, gliela strinsi per tutto il tempo. Finito l’appello l’insegnante venne verso di noi e disse: “da domani tu non verrai più a scuola”. Poi con voce alterata spiego chi erano gli ebrei: sporchi, ladri, falsi e molte altre parole offensive. Con brutte maniere ha trascinato Debora perché lei la tirava da una parte, io la tiravo dall’altra però lei stava in piedi e io stavo seduta, poi me so alzata pure in piedi ma non ce l’ho fatta a tenerla. Con brutte maniere ha trascinato Debora sotto la finestra dove ha legato le sue lunghe trecce e rivolgendosi alla classe disse: “ prendete il quaderno a righe e scrivete dei pensierini sui maledetti ebrei”.

Dopo un momento di angoscia, di incredulità e di assoluto silenzio tutte le bambine ci siamo ribellate; la maestra è stata picchiata, graffiata, fatta cadere. Debora era in classe con noi da tre anni e non potevamo accettare che quello fosse il suo ultimo giorno di scuola. Due bambine hanno spinto la cattedra sotto la finestra, ci sono salite e hanno sciolto le trecce di Debora liberandola. Ma lei era tutta rossa, perché gliel'aveva tirati troppo 'sti capelli, gli doleva tutto il cuoi capelluto, tutto rosso qui...

Allora poi quando siamo uscite, io ho detto (alle altre bambine) “sentite dato che io c’ho uno zio tipografo, ci facciamo fare uno scritto, facciamo un volantino, oggi pomeriggio prendiamo tutti 'sti volantini, facciamo dei pacchetti, li diamo anche ai maschi, perché tanto le famiglie erano numerose ogni bambina c’aveva il fratellino e il cuginetto... il giorno dopo io e mia sorella che faceva la quinta abbiamo messo nelle cartelle dei ragazzi di ogni classe un volantino contro le leggi razziale che avevamo scritto con l’aiuto di mio padre. Però che è successo – che io e mia sorella siamo state espulse da tutte le scuole del regno. Perché hanno fatto un’indagine; io ci avevo uno zio confinato politico; un altro, mio zio angelo, che l’avevano arrestato la settimana prima perché questo, carrettiere, quando andava all'osteria si metteva a cantare le canzoni antifasciste. Cantava le parodie contro mussolini; e quindi nel 1938 era stato portato a regina coeli. Hanno fatto due più due fa quattro “chi li ha fatti i volantini?”. Io e mia sorella siamo state espulse.

Nel mio quartiere l’edificio scolastico non c’era, l’hanno ricavato dai locali destinati a negozio, le finestre erano molto basse; con Adriana ogni giorno andavamo ad ascoltare le lezioni. Faceva freddo, sotto la pioggia, il vento ci portava via gli ombrelli, i quaderni si bagnavano. Ci lasciava resistere solo la speranza che la direttrice si commuovesse e ci riammettesse. Questo non avvenne. Non andare più a scuola fu per noi un’ingiustizia inaccettabile al punto che ho cercato di impiccarmi. Ma mia nonna mi ha salvato dal suicidio. Da parte delle nostre compagne ci fu una gara di solidarietà per due anni ci hanno portato i compiti, che svolgevo insieme a Debora perché abitavamo nello stesso palazzo. E mio padre ci correggeva i compiti, capito; però le bambine ci lasciavano i quaderni. Il 16 ottobre del 1943 all’epoca della deportazione Debora, i suoi fratellini, i genitori e i nonni sono scomparsi e non sono più tornati a Casal Bertone. Spero che non siano stati uccisi ad Auschwitz come altri nostri amici. Ma io lo temo perché, noi eravamo così legate, ti pare che se lei si fosse salvata non sarebbe venuta a cercarmi?"

Da "Ribelle e mai domata" a cura di Sandro Portelli