tiburtina valley

Il 28 dicembre 1946 la cooperativa edile stradale Tusculum redasse, incaricata dall’Istituto autonomo case popolari della provincia di Roma, il verbale dei lavori di riparazione dei danni bellici rilevati nella borgata San Basilio. Si trattava di danni lievi, relativi ai pannelli esterni di alcune casette, non paragonabili, per spesa ed entità, a quelli riscontrati in altri quartieri e borgate dell’Istituto.

Non di poco conto era invece l’insieme dei problemi che attanagliavano la borgata, nata pochi anni prima, nel 1940-42, sulla base di un generico progetto finanziato dello Stato, mal concepito a livello ministeriale e ancor peggio eseguito dalla ditta incaricata, la Pater – Costruzioni edili speciali. L’intervento, infatti, recependo tardivamente i programmi di ruralizzazione formulati dal regime fascista sin dalla fine degli anni venti, prevedeva la costruzione di 500 casette di carpilite (un materiale composto di paglia e fango in ossequio alle prescrizioni autarchiche) a un solo piano circondate da un appezzamento di orto, delle quali ne furono realizzate solo 350, per giunta tutt’altro che a regola d’arte, visto che l’Istituto, cui era stata affidata la direzione dei lavori, dovette accomodarne e completarne un buon numero a sue spese.
Le caratteristiche delle casette, equiparabili a grandi baracche, l’isolamento dal tessuto urbano consolidato e la difficile situazione ambientale della borgata, sguarnita dei servizi essenziali, compromisero da subito la buona riuscita dell’intervento e fornirono i presupposti per lo sviluppo di un’intensa conflittualità sociale il cui principale obiettivo, il miglioramento delle condizioni di vita e di abitabilità della zona, andò man mano ad integrarne altri, non meramente economico-materiali ed estendibili al più vasto contesto della periferia romana, ovvero l’affermazione di un nuovo protagonismo sociale e la conquista di una coscienza politica e civile capace di riscattare il ruolo subalterno degli abitanti delle borgate.
Case e servizi costituirono il principale fattore di catalizzazione delle lotte intraprese a San Basilio a partire dal secondo dopoguerra, causando non poca apprensione presso le autorità che registravano un generale stato di irrequietezza nelle borgate disposte lungo la direttrice di via Tiburtina: a detta del questore Polito, questo quadrante minacciava «sempre di esplodere in disordini di piazza».
Il censimento del 1951 conteggiava a San Basilio una popolazione di 2.817 abitanti su una superficie di circa 378 ettari. I dati relativi alla coabitazione (1,46) e all’indice di affollamento nelle casette (2,53 abitanti per stanza, a fronte di una media cittadina di 1,43) rendevano nota una questione drammatica e destinata a perdurare nel tempo, il riassetto della borgata procedette a rilento e si svolse in più tappe.
Dall’inizio degli anni cinquanta all’inizio degli anni sessanta sorsero, sorrette normativamente ed economicamente dai provvedimenti legislativi di politica per la casa varati nel periodo, le varie parti che compongono l’attuale quartiere: il villaggio Unrra Casas a settentrione, e poi, tutti eseguiti dall’Iacp, i lotti “bassi” collocati a sud, gli edifici in linea e ad arco corrispondenti ai lotti dal 48 al 52, situati ad est, i fabbricati collocati a ovest, al centro e a ridosso del villaggio Unrra Casas (alcuni in linea, altri a forma di Y, altri ancora disposti a dente di sega) e infine le case a torre di via Filottrano, appaltate nel 1962. Alcune delle nuove costruzioni presero il posto delle decrepite casette Pater, demolite anch’esse in maniera graduale. Proprio tale fattore fu all’origine delle prime mobilitazioni per la casa che la borgata conobbe. Molti degli interventi edilizi realizzati in questo periodo, infatti, furono predisposti per avere a disposizione un congruo numero di abitazioni e consentire, in vista delle Olimpiadi del 1960, lo smantellamento di alcune baraccopoli e lo svuotamento dei ricoveri per sinistrati ancora aperti in città (tra cui campo Parioli, campo Artiglio, borgata Gordiani, Acquedotto Felice, dormitorio Sant’Antonio, Istituto San Michele di via di Ripa Grande). Le aspettative degli inquilini delle vecchie case di carpilite, le cui famiglie si erano nel frattempo notevolmente allargate, venivano così ad essere frustrate dalle decisioni istituzionali sulle assegnazioni degli alloggi, giudicate con diffidenza dai sanbasiliani.
Lo sviluppo edilizio, tuttavia, non riusciva a seguire il passo dell’incremento demografico. Cosicché alcuni si rivolsero al mercato più abbordabile dell’abusivismo; altri intravidero nell’occupazione di una casa vuota o sfitta una soluzione ritenuta legittima, in quanto risarcitoria di un bisogno negato, sebbene tutt’altro che scontata dal punto di vista della riuscita.
Una delle prime occupazioni di massa avvenute a San Basilio fu quella del 25 gennaio 1962: donne e bambini della borgata, provenienti da alloggi sovraffollati, si impossessarono delle case di via Morrovalle, già assegnate agli abitanti di borgata Gordiani. La polizia, dopo aver circondato gli stabili per impedire che gli occupanti ricevessero i viveri necessari a continuare la lotta, poté sgomberarli con facilità il giorno seguente.
E’ solo il primo di una lunga serie di eventi legati alla conflittualità sugli alloggi nella borgata di San Basilio e nel quadrante tiburtino. La lotta per la casa degli anni sessanta e settanta a Roma vide gli abitanti di San Basilio tra gli interpreti principali, sia delle azioni avvenute all’interno della borgata, quanto di quelle effettuate in altre zone della città.

Le lotte e le rivendicazioni lungo la Tiburtina proseguono anche oggi