2019 02 06 don pappagallo storia nostra

Sabato scorso 26 Gennaio il Centro di Documentazione Maria Baccante Archivio Storico Viscosa e l’A.N.P.I. sezione Don Pietro Pappagallo Esquilino Monti Celio hanno inaugurato una targa alla memoria di Don Pietro Pappagallo, una delle 335 vittime trucidate dalle SS alle Fosse Ardeatine il 24 Marzo 1944.

 

La targa è stata inaugurata in occasione del 75esimo anniversario dell’arresto di Don Pappagallo e affissa presso il Parco delle Energie, luogo dove nella prima metà del Novecento sorgeva il convitto interno dello stabilimento di seta artificiale, la Viscosa, alla cui guida spirituale fu posto Don Pappagallo.

Don Pappagallo inizia il suo operato di guida spirituale del convitto nel 1926, con uno scopo ben preciso, occuparsi delle maestranze della Viscosa immigrate in particolar modo dall’Italia Centrale e Meridionale, in un periodo caratterizzato ancora da alcuni disordini operai. Le prime agitazioni operaie iniziano alla Viscosa nell’aprile del 1924 e culminano il 9 dicembre dello stesso anno con un grande sciopero di quattro giorni, organizzato dalla cellula comunista presente nello stabilimento. Le maestranze rivendicano miglioramenti salariali a fronte delle politiche adottate dal barone Alberto Fassini Camossi, a capo dell’azienda. Fassini, infatti, per competere sui mercati internazionali, piuttosto che investire sull’innovazione tecnologica e ottimizzare le fasi del lavoro per aumentare la produttività, punta ad abbassare il costo del lavoro, riducendo le paghe e aumentando i carichi di lavoro, assegnando maggiori competenze ad ogni operaio, e prolungando l’orario di lavoro fino a 16 ore, tutti provvedimenti resi possibili dalla legislazione del Governo Mussolini. Il risultato? Nel 1925 l’Italia arriva al secondo posto nella graduatoria mondiale dei paesi produttori di seta artificiale preceduta solo dagli Stati Uniti, e al primo posto tra i paesi esportatori in quanto la produzione americana è destinata solo al mercato interno. Risultato reso possibile attraverso la riduzione del costo del lavoro che determinò un ulteriore peggioramento delle condizioni materiali dei lavoratori e delle lavoratrici.

Per questi ed altri motivi le agitazioni delle maestranze della Viscosa di Roma non si arrestano nel dicembre del 1924 ma continuano fino al 1927. Per sedare questi malumori, in particolar modo tra gli operai del convitto interno, Fassini decide di mettere alla loro guida non solo un parroco, ma un parroco del Sud Italia (di Terlizzi, in provincia di Bari) proveniente dalla stessa terra degli operai e che in più arriva da una famiglia di cordai e dunque conoscitore della fibra vegetale, così come la canna semplice necessaria per produrre la viscosa.

Sfortunatamente per Fassini, però, Don Pietro Pappagallo, del tutto ignaro della motivazione che aveva portato alla sua scelta, si accorge da subito che il convitto ospita la manovalanza più maltrattata e si schiera dalla loro parte. A questi operai toccano quasi esclusivamente gli orari notturni, l’orario di lavoro viene spesso prolungato con richiesta di straordinario, pena la perdita del posto di lavoro. Oltre allo sfruttamento si aggiunge la discriminazione, di fatti Don Pietro verifica che la manodopera dei fuori sede non gode delle stesse tutele previdenziali e delle paghe orarie riconosciute a quella della capitale. Inoltre l’inalazione di solfuro di carbonio, sostanza necessaria per la lavorazione della seta artificiale, respirata per tutto il giorno da questi operai, determina gravi problemi di salute. Convinto di trovarsi nel giusto Don Pietro Pappagallo rivolge le sue accuse ai padroni della Viscosa. In risposta la dirigenza aziendale entra subito in azione, esercitando pressioni politiche presso la curia romana, la quale fa intervenire monsignore Ferdinando Baldelli, il più importante portavoce dell’opera di assistenza ecclesiale ai lavoratori.

Baldelli in una lettera spiega al parroco di Terlizzi che il prete non è un sindacalista, né la Chiesa è pronta a riconoscere la figura del cappellano del lavoro; che le condizioni politiche generali non avvantaggiano i lavoratori, tanto che a migliaia sono costretti a emigrare all’estero e che il rapporto tra Stato Pontificio e Regime Fascista non può essere compromesso, in trattativa per il Concordato (ce sarà poi firmato l’11 febbraio 1929).

Don Pietro Pappagallo, definito da Renato Brucoli, un “contemplattivo”, e che dichiara di non essere interessato affatto alle ragioni di opportunità politica della curia romana, viene rimosso dal suo incarico. Gli viene imposto di lasciare Roma o di occuparsi dell’assistenza degli emigranti italiani all’estero; pur di non lasciare la capitale Don Pietro sceglierà la seconda strada.

Così come si schiera al fianco delle maestranze della Viscosa contro la curia romana e la direzione dello stabilimento, così dopo l’8 settembre 1943 si schiera al fianco degli antifascisti, dei perseguitati politici e degli ebrei contro la barbarie nazifascista collaborando alla lotta clandestina ospitando i perseguitati nella sua casa di via Urbana 2 e stampando per loro documenti falsi presso la tipografia 2019 02 06 don pappagallo storia nostra2di un cugino.

Il 29 Gennaio 1944, tradito da Gino Crescentini, una spia che finge di essere un fuggiasco, Don Pietro Pappagallo viene arrestato e condotto al carcere di via Tasso. Soprannominato il corvo, sottoposto a tortura e ad ogni sorta di umiliazione dai soldati tedeschi, trascorre i suoi ultimi mesi di vita nella cella numero 13, dove incontra anche un ex operaio della Viscosa, Tigrino Sabatini partigiano di Bandiera Rossa arrestato una settimana prima di lui. La mattina del 24 marzo, in seguito all’attentato partigiano di via Rasella, Don Pietro Pappagallo e altre 334 persone vengono condotte nelle cave della via Ardeatina e barbaramente trucidate.

La figura del parroco pugliese assieme a quella di Giuseppe Morosini, ha dato spunto a Roberto Rossellini per il suo film Roma città aperta. Nei numerosi interventi che hanno caratterizzato l’inaugurazione della sua targa al Parco delle Energie è emersa la speranza che il suo ideale di libertà possa continuare ad essere un esempio di accoglienza e uno spunto per reagire all’indifferenza nei confronti di chi ancora oggi è perseguitato, di chi fugge dai pericoli e dalle guerre.