Due sgomberi in meno di 4 mesi: è questo il modo in cui il Comune di Roma ha deciso di affrontare la situazione di circa 120 persone, cittadini di origine sudanese. Da anni residenti in un edificio in via Scorticabove, periferia est di Roma – un centro di prima accoglienza gestito da una cooperativa che, una volta coinvolta nell'inchiesta Mafia Capitale, ha abbandonato il campo, dove le persone hanno deciso di rimanere autogestendo lo spazio – il 5 luglio scorso sono stati sgomberati, senza alcun tipo di soluzione alternativa, se non quella che viene “proposta” dal Comune ad ogni sgombero: pochi posti in centri di accoglienza, e solo per i cosiddetti “soggetti vulnerabili”. Una (non)soluzione rifiutata dall'intero gruppo di residenti (come spiegavano qui), che ha deciso di rimanere in via Scorticabove, anche per non perdere gli oggetti personali buttati in strada dalle forze dell'ordine durante le operazioni di sgombero. Per tutta l'estate, il Comune ha lasciato che le persone vivessero in strada, senza assumere alcun tipo di responsabilità. Dopo mesi di assenteismo, le istituzioni si sono ripalesate pochi giorni fa, il 2 ottobre, con le stesse modalità: un altro sgombero.
Un'altra volta senza alcun confronto con i diretti interessati, né una reale alternativa.

Foto: Andrea Cardoni