quarticciolo

Domenica 16 dicembre nello spazio sociale Red Lab, nell’occupazione del Quarticciolo, si sono festeggiati i 20 anni da quel “12 dicembre 1998 alle ore 12.15”, come leggeremo nell’intervista che segue, quando la fu Casa del Fascio, poi divenuta Questura, per essere abbandonata in seguito, è diventata la casa di un gruppo di famiglie e giovani, che resiste ancora oggi.

N.b. I nomi dei tre intervistati e dell’intervistata, sono nomi di fantasia.

Perché venti anni fa avete deciso di occupare questo palazzo?

MARIO: Per il bisogno! Io vivevo già in occupazione prima di occupare questo palazzo con i movimenti, e non mi sarei potuto mai permettere di pagare un affitto, il che vale ancora oggi.

FLAVIA: Perché forse ci governavano altri colori e altre facce ma le politiche odierne sulla casa non sono poi così diverse da quelle di allora. Anzi, oggi in radio sentivo che è ricicciato fuori Dalema e forse dovremmo ricordarci che la manovra di liberalizzazione del mercato degli affitti la dobbiamo proprio a lui. Con la legge n° 432 infatti ha definitivamente trasformato la casa da bisogno a merce.

Il palazzo è nato come Casa del Fascio negli anni ‘40, poi è stato questura fino agli anni ‘80, poi è rimasto abbandonato per oltre 10 anni e quando noi l’abbiamo occupato era una piccionaia di sei piani. Tutt’oggi se manchi di casa un weekend e lasci le finestra aperta entrano i piccioni dentro casa; i legittimi vecchi occupanti erano loro.

Nel quartiere il fenomeno dell’occupazione esiste da tempo ma non in una forma di condivisione e solidarietà al pari di quella che si crea in un movimento per il diritto all’abitare organizzato, ma è una pratica comunque diffusa. Essendo un quartiere piccolo, con una mentalità per certi versi di un piccolo paese, chi arriva dall’esterno viene visto inizialmente con diffidenza ma gli indugi a oggi sono stati assolutamente rotti e tra il quartiere e l’occupazione esiste una forte connessione. Le attività di spazi come il Red Lab o la Palestra Popolare coinvolgono direttamente gli abitanti, soprattutto i giovani del quartiere.

Quando siamo entrati eravamo parte dei movimenti di lotta per la casa. I movimenti allora erano due. Il Coordinamento cittadino di lotta per la casa e il DAC (diritto alla casa), gemellato con il movimento nazionale francese del DAL. Sostanzialmente eravamo molte famiglie, un po' di coppie e compagni singoli. Sembrava una presa d’assalto al palazzo, che quando lo vedi lo capisci subito che è un palazzo costruito per essere istituzionale, come una specie di torre, quindi pareva veramente l’assalto alla fortezza! Eravamo una quarantina di nuclei dentro al palazzo più tanti altri che erano venuti da fuori in solidarietà.

CARLO: ora parlo personalmente; vivevo in mezzo a una strada ed erano sei mesi che dormivo in una macchina. Grazie a mio fratello che era un vecchio occupante e che aveva fatto la lotta occupando uno stabile a Piazza delle Gardenie, lui mi ha dato un indirizzo e mi ha detto di recarmi a un comitato che si chiamava Coordinamento cittadino di lotta per la casa a San Basilio. Da lì mi sono messo in lista. Eravamo un gruppo di circa settanta nuclei tra cui molte famiglie e facevamo assemblea tra di noi una volta a settimana, e dopo due mesi siamo andati a occupare ma non sapevamo dove, ce l’hanno detto all’ultimo. Andiamo a occupare a Quarticciolo, l’ex commissariato che era abbandonato da circa nove anni. Semo partiti alle 12.15 del 12 dicembre 1998 dalla piazza del Quarticciolo (l’incontro ce l’hanno dato all’ultimo). Essendo che era la prima volta che andavo a occupare ero un pochino spaesato e intimorito, non capivo ancora bene la dinamica. Mi ricordo bene che quando siamo entrati qualcuno ha detto: “chi vuole ‘sta dentro ce deve rimanè, il posto nun se deve lascià”, e da quel giorno sono passati vent’anni e non l’ho mai lasciato.

Venti anni sono un tempo piuttosto lungo, soprattutto per una città come Roma, in cui percepire dei cambiamenti. È cambiato il Quarticciolo da quando siete qui? L’occupazione ha contribuito a questo cambiamento?

MARIO: senza l’occupazione le cose sarebbero andate diversamente, sicuramente la sua presenza si sente. Il Quarticciolo non è cambiato molto perché è un quartiere piccolo e chiuso ed è difficile entrarci e creare dei rapporti. Io credo che l’occupazione abbia fatto piccoli passi alla volta per arrivare a oggi con il Red Lab ma soprattutto con la palestra e l’occupazione, a un contatto vero con il quartiere. Prima ci vedevano come estranei ed erano diffidenti ma piano piano dopo vent’anni ci stiamo integrando e speriamo di cambiare ancora insieme. Le famiglie qui si conoscono tutte tra di loro e ci sono rapporti tra le persone che non sono cambiati veramente in vent’anni ma soprattutto con i giovani è diverso e si vede. I quartieri intorno a Quarticciolo, come l’Alessandrino o Cento celle sono diversi. Cento celle ad esempio sta cambiando tanto, è nel pieno di un processo di gentrificazione che allarga il centro e tocca i quartieri più periferici. Sarà un nuovo centro e chi non può permettersi più di viverci verrà spinto fuori dal Raccordo o comunque nei paesini e nelle estreme periferie. Quarticciolo era una periferia ma con questo processo è meno isolata ma è ancora una borgata a tutti gli effetti. Comunque per me che venivo già dalla periferia, il Quarticciolo non era periferico. A ogni modo ci impegneremo a bloccare questo processo quando arriverà anche qui. Per cambiare le cose veramente ci vorranno altri vent’anni.

FLAVIA: il quartiere non è veramente cambiato anche perché essendo un quartiere periferico perfino i cambiamenti generali strutturali più urgenti non sono mai stati fatti. L’unico cambiamento significativo nel quartiere è stata la riqualificazione dell’ex mercato, abbandonato anche quello per decenni dai tempi della questura, e trasformato nel teatro-biblioteca. Poi ci sono stati gli innumerevoli rifacimenti della piazza per renderla sempre più brutta e sempre meno accessibile; è infatti uno dei pochi casi in cui la piazza non riesce ad assolvere alla sua funzione di favorire la socialità. Le varie ristrutturazioni sono riuscite ad abbattere anche quel minimo di arredo urbano che c’era, compresi i cestini per raccogliere l’immondizia e finanche i secchioni, cosicché le persone che vivono nelle case affacciate sulla piazza devono dirigersi fino alla Togliatti per buttare la monnezza. La piazza per come è stata ristrutturata è un corridoio lungo e stretto non più accessibile da più punti ma sono dall’inizio e dalla fine.

L’occupazione si è più volte mobilitata con il quartiere e per il quartiere in tutte le questioni che toccavano l’interesse di tutti e tutte. Una delle ultime ad esempio, è stata l’anno scorso per il parco dell’Alessandrino dove volevano calare dall’alto l’ennesima gettata di cemento per un progetto promosso dal CONI uguale in tutti I municipi senza guardare alle differenze dei territori per capire se e come sarebbe stato più utile investire quei soldi. Il paradosso era che nel quartiere non c’era nessuna struttura sportiva né pubblica né privata e l’unica struttura pubblica era la piscina comunale che era stata chiusa perché non c’erano i soldi per comprare una caldaia. Il CONI dunque voleva costruire un insieme di giostre in mezzo a una conca che, per chi la conosce, è fangosa e fredda di inverno e insostenibilmente calda d’estate, a riprova del fatto che questa era l’ennesima calata dall’alto senza un minimo di conoscenza del territorio.

CARLO: Il quartiere nei suoi rapporti tra famiglie difficilmente si può dire sia cambiato. Quello che abbiamo fatto noi è di seguire le esigenze e i bisogni di chi lo abita e organizzarci per ottenere dei risultati ad esempio sulla questione degli alloggi occupati e delle case popolari, facendo uno sportello. Ma costruire insieme un percorso politico è molto più difficile. Ma nelle difficoltà siamo riusciti a costruire qualcosa anche se ci scontriamo con il fatto che questo quartiere, le istituzioni lo vogliono fa’ morire: non c’è più un negozio né uno spazio per far giocare i bambini. Noi troviamo più appoggio nei ragazzi, nei giovani, che partecipano alla palestra e ai laboratori del Red Lab, ma con gli adulti è un pochino più complicato anche se con il comitato di quartiere si sono aperte delle porte.

Ha ancora senso occupare case a Roma oggi? Lo rifaresti?

MARIO: si. Se uno nun c’ha dove anna’ deve occupà casa, l’alternativa è andà sotto a un ponte e io non credo che sia giusto. Le amministrazioni che se so’ avvicendate negli ultimi vent’anni nun se so’ comportate bene né con gli occupanti né con le occupazioni. Questo posto è stato occupato che c’erano sopra i buffi dell’ex commissariato lasciati dal Ministero degli Interni nella misura di miliardi di lire dell’epoca e noi abbiamo imposto allora che ci fosse il passaggio all’ATER, anche se negli anni ce lo siamo sempre e comunque autogestito: se si rompe una tubatura o ci sono riparazioni da fare ci abbiamo sempre dovuto pensare noi, l’ATER non si è mai palesato.

E se andrei a rioccupare me chiedi? Sì, decisamente, anche perché non ho un lavoro e dovrei andarmene all’estero e non vedo alternativa. E sì che lo rifarei, non potrei mai permettermi un affitto e poi se ci sono così tante case vuote e abbandonate non è giusto. Due cose non sono cambiate a Roma in questi vent’anni: ci sono ancora case vuote e disabitate e c’è ancora lo stesso bisogno di occupare anzi, il bisogno è triplicato.

FLAVIA: Accidenti! Ci sono forse ancora più motivazioni per occupare oggi che allora; quello che avviene oggi è preoccupante: io ho finalmente una casa popolare, me la sono stralottata e strasudata per anni, è anche questa il risultato di una lotta. È anche frutto dell’ultimo atto di buon senso del Campidoglio per chi vive in emergenza abitativa. È un palazzo di ex proprietà dell’aeronautica, abbandonato da più di 10 anni e poi occupato, dove, sotto pressione dei movimenti, è stato fatto un tavolo tra aeronautica e comune che hanno deciso di fare il rogito e quindi gli 86 stabili abbandonati sono diventati oggi 105 appartamenti di proprietà del Comune. Se noi consideriamo che oggi l’occupazione in Via Carlo Felice, che è di proprietà della banca d’Italia, dunque non di un miserabile, che è già accatastata come casa popolare, io mi domando che ci dovrà mai fare Banca d’Italia con quegli alloggi accatastati in A4 - case popolari, perché qualunque cosa vorrà fare dovrà passare per il Comune di Roma per il cambio di destinazione d’uso. Un’istituzione che ha a cuore l’interesse dei cittadini e ha a cuore un’emergenza che si trascina da decenni, imporrebbe a un colosso come la Bd’I di cedere quegli alloggi così già accatastati per gestire l’emergenza abitativa. È impensabile che si voglia continuare a gestire un’emergenza senza degli strumenti che siano straordinari; loro vogliono gestirla con gli strumenti ordinari ma se fin’ora fossero bastati quelli, non saremmo in emergenza. Oggi ci fa schifo parlare di espropriazione, ce se scandalizza, quando Sandro Medici fece un’espropriazione ai proprietari del palazzo di via Bibulo venne tacciato di aver fatto abuso di ufficio e di potere, però le emergenze si risolvono anche utilizzando misure straordinarie. Noi oggi vediamo il pericolo perché ciò che invece fa attualmente il Campidoglio è il contrario. Oggi il massimo a cui si può ambire è il Sassat, che è una soluzione temporanea con una durata di un paio d’anni e poi non si sa bene per quale miracolo, secondo il Campidoglio, trascorsi questi due anni avrai superato le condizioni economiche che ti spingevano a richiedere l’alloggio popolare, e sarai in grado di andare con le tue gambe nel mercato libero, tuttalpiù beneficiando, ed era qui che volevo arrivare, del buono all’affitto. Oggi infatti utilizziamo denaro pubblico, non investendo nell’acquisizione di nuovo patrimonio Erp, ma andando a rimpinguare le tasche del privato, andandogli a pagare con i soldi pubblici quella parte di affitto che io cittadino non riesco a pagare di tasca mia. Non c’è nessuna lungimiranza in questo perché questi fondi saranno sempre soggetti ai cambiamenti delle finanziarie, di in anno in anno. A Roma questo l’abbiamo sperimentato con la delibera n° 163 del 1998, ed è stata fallimentare perché di anno in anno i fondi si riducevano e alla fine molte persone venivano sfrattate per morosità perché non riuscivano a pagare l’affitto. La Raggi, come ci aveva promesso all’inizio del suo mandato, mi ricordo le dichiarazioni nelle interviste su Romatoday, ha rilanciato il mercato dell’edilizia privata. Non è giusto non solo perchè utilizzi denaro pubblico per finanziare il privato ma anche perché così agisci negativamente sul mercato, perché anziché andare a calmierare il mercato mantieni una domanda di case alte e un mercato degli affitti ad alto prezzo. È una manovra pericolosa su cui come movimenti dovremmo concentrarci di più e mobilitarci. Roma è una città particolare; ha 90’000 studenti fuori sede che rappresentano una fetta golosissima per il mercato immobiliare ed è assurdo che abbiano soppresso la casa dello studente per alimentare il mercato in nero.

Quando sono stata sfrattata vent’anni fa, prima di occupare questo posto, avevo difficoltà come residente a Roma a trovare una appartamento perché i proprietari vedevano più difficile, e dunque meno conveniente, giustificare come uso foresteria l’abitazione per il residente.

CARLO: Sì, lo rifarei. Oggi è più difficile occupare per via del Decreto Lupi, con cui si sono inventati di tutto e di più, come staccare le utenze agli occupanti che senza luce e riscaldamento non possono ovviamente andare avanti e lasciano per strada famiglie intere dopo tanti anni che vivono lì. Io dico: se pure mi volessi regolarizzare alle tue leggi, devi darmi la possibilità: ovvero la casa, un reddito e la sicurezza che io possa garantire anche te come istituzione ma se me levi quello, nonostante io lavori dalle 6 del mattino alle 8 di sera, io oggi per essere regolare morirei, non ce la farei. Un tempo se occupavi un posto abbandonato dell’ATER lo potevi rivendicare come abitazione, oggi invece no. Non fanno entrare le famiglie con il punteggio ma le tengono in attesa, in lista.