lago sniaLa mobilitazione che il 15 marzo ha visto scendere in campo per il Clima persone di tutto il mondo, in Italia è stata legata anche all'appuntamento del 23 marzo: la marcia per il clima e contro le grandi opere inutili. Due momenti di un'unica scelta in difesa dei territori da parte di un modello di sviluppo mortifero.

Lo chiamano “globale” ma il Cambiamento Climatico ci riguarda tutti e da vicino: non solo perché ci spinge a riciclare i rifiuti, lasciare a casa l'auto o risparmiare l'acqua ma perché incide, e molto, sui nostri territori, l'uso che ne facciamo e le scelte per trasformarlo.

L'Italia è tra i paesi a maggior rischio di dissesto: non c'è città che non si allaghi quando piove, e non c'è alluvione, purtroppo, senza vittime. Ormai sono noti i problemi delle prolungate siccità estive e quest'inverno si sono viste le conseguenze drammatiche che può avere un forte vento: sono gli effetti del Cambiamento in atto, le “anomalie” climatiche destinate a diventare, con l'aumento delle temperature del pianeta, più frequenti e intense. Frutto di fenomeni meteorologici sempre più intrecciati e diffusi, le viviamo ormai sotto casa ad ogni stagione, scoprendoci vulnerabili proprio perché è fragile il nostro territorio.

La questione non è se agire ma semmai cosa fare. A molti piace “green”, “circolare”, “decarbonizzata” ma le nuove tecnologie verdi non solo non sono sufficienti, ma nemmeno efficaci se non si associano a strategie di “adattamento” ai Cambiamenti Climatici che modifichino struttura e funzionamento dei luoghi in cui viviamo; scelte forti, tali da contrastare la vulnerabilità dei territori, attraverso la tutela e il ripristino dei cicli ambientali, la creazione di reti e corridoi ecologici. Certo la decarbonizzazione, favorendo rinnovabili e risparmio energetico al posto dei combustibili fossili, è un passo necessario. L'Italia è al 50% di elettricità da fonti alternative, un processo di sostituzione che ha già portato alla chiusura delle grandi centrali e, prima del referendum contro le trivelle beffato dal Governo Renzi, stava promuovendo un diverso modello di imprenditoria, progettazione, consumo. Ora sull'economia “sostenibile” si muovono grandi gruppi, loro sì globali, ma i risultati sui mutamenti del clima restano deludenti: poco incisivi, settoriali e in definitiva troppo lenti per invertire l'Effetto Serra; si stimano infatti decenni per abbattere le concentrazioni dei gas accumulati in atmosfera da cui dipende l'attuale ritmo di riscaldamento del pianeta.lago3

Perciò bisogna affrontare gli impatti, la vulnerabilità dei territori esposti agli eventi e persino ripensare il ruolo dei terreni “abbandonati”, dove quel che si considera abbandono è più spesso, al contrario, un processo di rigenerazione naturale di estrema valenza. Per intraprendere questa direzione, la partita vera è sugli usi del suolo, nelle città e nelle campagne, ed è ancora tutta da giocare: contro gli allagamenti servono terreni permeabili che assorbano le piogge, non argini ma fiumi liberi di esondare; contro caldo e siccità, serve l'ombra delle piante. Adattare le città comporta più aree verdi, più alberi e soprattutto nessun consumo dei residui terreni inedificati; più aree protette fuori dai centri urbani, più boschi, più spazi lasciati alla crescita spontanea della natura. Significa procedere con strategie reversibili: pochissime opere ma tanto lavoro di gestione. Implica tener conto di saperi plurali e intelligenze collettive da cui abbiamo ereditato il miglior patrimonio storico, rurale e ambientale, troppo spesso inascoltate quando si levano in loro difesa.

Si pensi a Sarno dove, dopo la grande frana del 1998, tutta la montagna è stata imbrigliata eppure scatta l'allarme a ogni temporale, perché è il bosco, “l'opera” che continua a mancare. Al MoSE che a Venezia isolerà la laguna dal mare, distruggendone i delicati assetti; e si considerino, non le vicende giudiziarie o gli arresti che pure hanno cancellato un'intera classe dirigente, ma i miseri risultati che un progetto tanto obsoleto produrrà, le occasioni perse di usare quei finanziamenti per adattare la città con interventi diffusi, promuovere studi e politiche di salvaguardia unitaria dell'ecosistema. O ancora alle miriadi di opere incompiute che hanno devastato le campagne senza arrecare benefici se non a chi le ha costruite, spesso sfruttando lavoratori precari, mal pagati e privi di sicurezza.

Come i tubi e le gallerie che animano le cronache recenti, queste opere puntuali, spesso dispendiosissime, mai replicabili, si rivelano più di tutto inadeguate a risolvere la fragilità complessa dei territori che attraversano e pretendono attrezzare: quei paesaggi che in Puglia o in Val di Susa, hanno invece mostrato capacità millenarie di rispondere alle continue sollecitazioni dei contesti sociali, economici, culturali, con trasformazioni raffinate nell'uso delle risorse, integrate, rinnovabili, rispettose degli equilibri dell'acqua e della terra.

Così a Roma est dove sorge il lago della Snia sulla Prenestina, con le sue acque di falda sempre fresche e pulite, un bene dal valore inestimabile, in mezzo alla città; già oggi fulcro di un sistema ambientale che si estende alle aree inedificate del vecchio SDO Casilino, ai parchi di Villa Gordiani, ai terreni abbandonati lungo la ferrovia: uno straordinario polmone verde per migliaia di cittadini, frequentato da centinaia di uccelli migratori, studenti con le loro classi, persone in cerca di semplice silenzio. Cosa servirà di più nel clima che cambia: cemento o monumenti naturali?