2019 03 05 foto articolo scuole incendi

Pubblichiamo le riflessioni maturate tra alcuni abitanti circa i fatti che hanno riguardato, nelle ultime settimane, studenti e scuole di questo territorio.

Negli scorsi giorni si sono verificati eventi inquietanti all’interno e nei pressi di alcuni istituti superiori romani. Estremisti di destra che, pur non frequentandole, imperversano fuori e dentro i licei, e piromani ancora non meglio identificati che appiccano il fuoco a un terzo Istituto e seminano il caos in via Aquilonia incendiando le auto parcheggiate. Scene di pericolosa e incontrollata violenza che preoccupano e chiamano a una risposta decisa e coesa da parte di tutti noi.

Mercoledì 20 febbraio, al Liceo Benedetto da Norcia, l'aggressione con calci e pugni ai danni di un ragazzo, reo di mostrare scarso interesse per un volantino propagandistico distribuito da militanti di una formazione romana di estrema destra. Due giorni dopo la forzatura e l’ingresso della stessa formazione al Liceo Giordano Bruno durante una conferenza sulle foibe.

Da ultimo apprendiamo da un comunicato dell’Istituto, che al Di Vittorio-Lattanzio di via Teano: “Nel pomeriggio del 28 febbraio, tra le 17.45 e le 18.15, mentre si svolgeva una attività settimanale della Comunità di Sant’Egidio ed era in corso la presentazione di un libro nella nostra biblioteca del circuito Bibliopoint, uno o più vigliacchi hanno incendiato un gabbiotto, da anni in disuso, nel piano sotterraneo dei laboratori dell’Istituto”. Atto già di per sé molto grave, al quale fa seguito il tentativo d’incendio di un’auto parcheggiata di fronte all’ingresso secondario dell’Istituto e contemporaneamente un secondo incendio che coinvolge e fa esplodere tre autovetture a 200 metri di distanza.

Forme diverse e tutte gravi di intimidazione che alimentano la paura dei singoli, giovani e meno giovani. Perché sempre più isolati, in particolare, si presentano i giovani e gli adolescenti: privi, al di fuori della scuola, di contesti e occasioni di confronto tra pari, senza motivazioni positive, cresciuti all'ombra dell'indifferenza e coinvolti anzitempo nella corsa all'accaparramento di beni e mezzi di sussistenza. Una competizione che si fa ogni giorno più agguerrita, per la grave carenza di servizi e soprattutto di lavoro, alla quale nemmeno l'individuazione della causa, tanto sbandierata quanto falsa, nella presenza degli immigrati, di una lettura da nuovi crociati della storia nazionale riesce ormai a dare anche solo un parziale, per quanto nefasto, sfogo.

Ma dagli ultimi episodi, emerge chiaro che anche la società adulta, nello specifico quella delle istituzioni scolastiche, si mostra titubante e impreparata. Non si riesce o non si vuole prendere una posizione decisa, alzare una voce corale, per cui la risposta a fatti così gravi appare timida, quando non assente. La riduzione dei problemi all’unico piano della sicurezza e la conseguente offerta e ricerca di protezione con personale e mezzi di controllo –per cui, telecamere ovunque, sacrificando e annullando il legittimo diritto, soprattutto per i giovani, ad una individualità e soggettività- consente di non vedere e affrontare problemi reali quali la scarsità di lavoro per i giovani (diplomati, laureati o pluriqualificati che siano), l'estrema volatilità e precarietà del ruolo e delle riflessioni svolte all’interno delle famiglie, l'edificazione di una società dell'immagine e dei consumi in cui tutti, i ragazzi per primi, sono indotti a conformarsi per non essere stigmatizzati come perdenti. L'impoverimento e lo svuotamento dei servizi sociali essenziali: lo stravolgimento della scuola e dell'università, da istituzione che forma e fa crescere in quanto palestra di pensiero, ad azienda che investe in prodotti commerciabili come brevetti e certificazioni, è di certo la via maestra per far crescere questa visione. Non il contrario. 

Di fronte ad episodi come quelli sopra citati, chiedere maggior controllo all'entrata e all'uscita di una scuola o limitarsi ad interrompere un incontro per poi riavviarlo, come se nulla fosse accaduto, appena terminato il comizio e avere allontanato gli incursori, è ben poca cosa se messa a confronto con la necessità di una mobilitazione collettiva, che dovrebbe maturare da una discussione e da un'analisi della contemporaneità non scissa dallo studio della storia, spesso marginalmente ridotta a mero passato, prossimo o remoto che sia.

Il timore di "fare politica" dentro le aule scolastiche (ma dove poi, se non qui, si dovrebbe coltivare il concetto di cittadinanza consapevole?) e la supposta necessarietà di una didattica propedeutica a test di valutazione piuttosto che lo sviluppo di conoscenze e strumenti di analisi critica, non fanno che abbassare le soglie di difesa contro il dilagare di un pensiero unico, massificante e opprimente spianando e fertilizzando quel terreno di coltura ideale per il radicamento di quei populismi che non si nutrono d'altro che dell'assenza di pensiero.

Crediamo che dovremmo tutti prendere parola per denunciare avvenimenti come questi, proprio in un momento in cui le scuole languono e si avvitano su se stesse, assorbite dal fare investimenti in progetti utili ad accaparrarsi una clientela a cui far pagare di tasca propria "servizi aggiuntivi" e dallo strutturare interventi di alternanza scuola-lavoro, il tutto a beneficio e supporto di quella didattica delle "competenze" con cui si vuole sostituire una pedagogia fondata invece sulle "conoscenze".