mi chiamano sbandato recensione libroCon questa recensione del libro “Mi chiamano sbandato
inauguriamo un nuovo spazio editoriale del nostro progetto “Matricola 1312”.

Nel quadrante di Roma est a Rebibbia sorge un colosso di cemento che rinchiude dietro le sue sbarre più di 300 persone, questa rubrica vuole raccogliere le loro voci. Con una stretta collaborazione con l’associazione Matricola 1312 daremo spazio a racconti, pensieri, poesie, disegni da dentro e fuori il carcere. Buona Lettura.

Tutto sommato mi ritengo una persona che legge parecchio, o comunque decisamente più della media, ma mai negli ultimi tempi mi era capitato di avere difficoltà a decodificare le sensazioni lasciatemi da un libro, almeno prima di imbattermi in “Mi chiamano sbandato”, pubblicato per “Edizioni Il Galeone”.  Un libro che potrebbe essere benissimo definito una sequela di viaggi allegorici che partono dal “di dentro” per sviscerare quel tipo di realtà scomode che spesso, per convenienza, cerchiamo di ignorare per evitare di fare i conti con noi stessi.


Il principale di questi viaggi è quello che si svolge all’interno dell'io dell’autore del libro, un vero e proprio poeta metropolitano, interprete di questi tempi maledetti, probabilmente perché non ha interesse a edulcorare i tratti più duri e contraddittori di questo presente distopico, ed è a tratti sconvolgente scrutare il suo percorso interiore che è un po’ il filo rosso di questa opera, quella famosa rivoluzione interiore che tanti soloni sbandierano senza mai averla vista o vissuta, ma giusto per sentito dire.
Invece le parole di Edmond oltre ad accompagnarti per la mano lungo le pagine di questo libro agile, ti fanno percepire il tumulto di sensazioni e di emozioni vissuto in quella discarica ideale di scrupoli e sensi di colpa che è diventata la realtà carceraria per la nostra società post-moderna, grazie anche a una maturità paradossalmente acquisita proprio in questi “soggiorni forzati” che hanno, quantomeno, la possibilità di concedere tutto il tempo necessario per poter ripensare al proprio vissuto: da un’adolescenza a dir poco tumultuosa, alla ridefinizione dei propri sentimenti, dell’amore e della speranza che paradossalmente diventa più forte proprio nel luogo in cui di solito essa viene uccisa, passando per una politicizzazione, inevitabile quando ti ritrovi perennemente tra gli ultimi e i diseredati e le ingiustizie ti vengono sbattute violentemente quanto quotidianamente sul muso.
La caduta, la risalita, le nuove cadute, la forza di rimboccarsi le maniche e ripartire nonostante tutto e tutti, il sapore amaro della sconfitta e la voglia di riscatto, di non essere mai domi anche di fronte a un destino che sembra ineluttabile e la sfrontatezza nell’affrontarlo anche quando tutto lo sconsiglierebbe; il tutto condensato in un libro che dovrebbe diventare quasi una sorta di vademecum obbligatorio per chi le proprie sbarre se le è create da sé senza che gli siano state affibbiate dalla giustizia e si ritrova a vedere la propria vita da spettatore, forse perché i ritmi frenetici di questa società arroccata intorno al dogma del produttivismo a tutti i costi, non consentono il tempo di elaborare analisi così lucide sul presente per provare a cambiarlo. Ed è forse questo il più grosso paradosso di “Mi chiamano sbandato”: riuscire a regalarci affreschi esaustivi sulle contraddizioni e le storture dei nostri tempi senza poterle vivere in prima persona, ma anzi sfruttando quell’osservatorio particolare (che magari definire privilegiato apparirà blasfemo ai più) in cui, suo malgrado, Edmond si ritrova.
Senza tirarla troppo per le lunghe, un’opera come questa riconcilia le persone non solo con la scrittura creativa, ma anche con la speranza che per quanto tutto possa sembrare sfavorevole, non ci si deve arrendere mai, anche di fronte alla più cocente delle delusioni, proprio come Edmond, un fiore sbocciato con prepotenza in quel deserto emozionale e normativo che sono le carceri italiane, in cui può succedere e succede di tutto, come riporta anche fedelmente Edmond nelle sue pagine (e un po’ più timidamente anche le cronache dei giornali quando ci sono casi limite), potendo contare sul muro di omertà e di autoassoluzione che da sempre fa scudo alle istituzioni carcerarie nelle quali la funzione rieducativa c’è solo sulla carta, perché tutt’ora le galere vengono pensate come dei grossi buchi neri in cui tirare lo scarico della coscienza del nostro corpo sociale, ma fortunatamente anche attraverso letture come queste abbiamo capito che è possibile ripensarle in un altro modo, perché… finchè c’è Edmond, c’è speranza!