C'è la legge nazionale istitutiva del servizio dei consultori (n. 405 del 1975) e c'è la legge regionale (n. 15 del 1976) che ne regola l'organizzazione. Ma a oggi sono state prodotte un'infinità di decreti e regolamenti che spaziano dalla cosiddetta aziendalizzazione del servizio sanitario, alle leggi in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro e tutela della privacy.

Alle prime, due veri e propri capisaldi della legislazione italiana in tema di salute pubblica, si appellano le donne dei consultori in protesta. Dietro alle seconde, dai toni tecnici e un po' angoscianti, si barricano i responsabili della Asl Roma 2.

In questa faglia lunga quaranta anni si sta consumando uno scontro che mette in chiaro quali siano le priorità: quelle delle donne da una parte e quelle dei vari responsabili del servizio sanitario nazionale dall'altra.

Nel 2018, alle richieste di utilizzo delle sale dei consultori di zona per incontrarsi nelle mensili assemblee delle donne, i vari dirigenti hanno risposto con velati dinieghi o anteponendo motivi di sicurezza dovuti ai lavori di manutenzione degli stabili. Alcune assemblee hanno avuto luogo, a inizio anno, grazie anche a un'antecedente convenzione (con la ASL ROMA B, dal 2016 assorbita nella nuova mega-ASL ROMA 2) che ha, per oltre dieci anni, permesso al consultorio di Piazza dei Condottieri (quartiere Pigneto) di ospitare una scuola di italiano e uno sportello antiviolenza gestiti entrambi dalle donne del quartiere facenti parte dell’assemblea che lì si riuniva il terzo mercoledì del mese. Due iniziative che hanno indubbiamente valorizzato il ruolo di prossimità di questo servizio, un luogo ad accesso diretto e con una visione della salute votata alla prevenzione più che alla cura della malattia, molto più costosa.

Tra febbraio e marzo del 2018, dunque, si ricostituiscono, al fianco di quella storica di Piazza dei Condottieri, due assemblee delle donne nei consultori di via delle Resede (quartiere Centocelle) e di via Denina (quartiere Appio): un po' diverse tra loro, ma che subito collaborano a un documento unico di salvaguardia di tale servizio, un bene che in tempi di crisi come questo, diventa di prima necessità in quanto universalistico, laico, e soprattutto gratuito.

Quella di Resede sembra essere caratterizzata da una grande presenza di giovani mamme del quartiere che si conoscevano per aver frequentato i corsi pre-parto e i corsi di sostegno all'allattamento proprio all'interno del consultorio (le possiamo vedere qui in un video dopo aver bloccato il consiglio municipale con la loro protesta ad aprile ); quella di via Denina risulta essere più interna al servizio in quanto è forte una presenza di alcune operatrici in pensione e di storiche donne che negli anni avevano animato le assemblee. Sì, perché nel corso del tempo queste riunioni mensili hanno preso luogo soprattutto quando c'è stato bisogno di difendere il servizio consultoriale così come lo si conosce ancora oggi. In quella faglia lunga 40 anni, l'ultimo e più vicino momento di grande partecipazione è stato nel 2010 contro la proposta di Olimpia Tarzia (Lista Polverini), Vice presidente nazionale della Confederazione Italiana Consultori Familiari di Ispirazione Cristiana, tra i fondatori del Movimento per la Vita, che giudicando la legge n. 405/1975 obsoleta e tutta da rifare, ripensava a un nuovo servizio che non metteva più al centro la libertà di scelta delle donne ma la difesa della vita fin dal suo iniziale concepimento.

Arrivando all'oggi, è stato recapitato alle tre assemblee del quadrante est della città, un perentorio “NO” alla possibilità di riprendere le riunioni e gli incontri negli stabili consultoriali. Un “no” che sa di punizione per aver alzato la voce, un “no” che risuona in un comunicato di risposta al documento congiunto scritto dalle donne , un “no” che si difende dalle accuse di non rispettare le leggi nazionali e che rilancia accusando a sua volta le donne di non voler rispettare le leggi sulla sicurezza e sulla privacy (approfondisci qui).

In tempi in cui tutto è accelerato dalla tecnologia e in cui i consultori sembrano a volte fatiscenti ma sicuramente non votati alle logiche aziendali degli ospedali del terzo millennio, l'accusa di anacronismo che muovono le donne dei consultori in protesta alla direzione della ASL ROMA 2 ha un buon sapore agrodolce ma deciso. Leggendo l'articolo 6 della L.R. 2/1976 (che istituisce i consorzi che andranno a gestire i consultori di cui alla L.R. 15/1976 di poco successiva) “la partecipazione dei cittadini e delle loro organizzazioni alla formulazione dei programmi e delle scelte da effettuare mediante forme di consultazione obbligatoria e periodica e, comunque, a seguito di apposita richiesta”, viene da pensare che chi sta mettendo la testa sotto la sabbia siano proprio i dirigenti. Sembra infatti si siano dimenticati che, per fare prevenzione e promozione della salute, bisogna partire dai momenti collettivi di discussione, proprio come facevano i consultori (ma solo pochi ancora fanno) ad esempio nelle scuole con gli adolescenti per l'educazione sessuale.

Queste esperienze assembleari dimostrano ciò che sta risuonando dalla voce delle donne in più parti del mondo, dalla televisione alle piazze: la cura sta nella prevenzione attraverso l'incontro e non nell'isolamento. È questo il vero argine al fenomeno della violenza e del femminicidio.  

Guardando alle più recenti riforme delle regioni come quella lombarda del 2015 n.23, queste divieti della Direzione della ASL, più che anacronistici, sembrano mettere in pratica la nuova versione 3.0 della sanità: dopo aver reso dei freddi monoliti i servizi di prossimità, aprire le porte non alle donne ma ai nuovi “gestori privati”, così come li chiama la riforma lombarda. Ma con il ministro più social del momento, che guarda caso viene proprio dalla Lombardia, motore di innovazione e tecnologia, sembra molto più necessario appoggiare le scelte di queste donne che stanno difendendo un bene di prima necessità, per quanto poco moderno appaia.