Stefania Zuccari, fondatrice del comitato " Madri per Roma città aperta", ci racconta l'esperienza che, come comitato di madri, ha vissuto in Palestina, a pochi giorni dal suo rientro in Italia.

Il comitato racchiude donne, madri figlie, sorelle, che lottano contro ogni forma di fascismo. (Pagina FB Madri per Roma città aperta)

Ciao Ste, che cosa siete andate a fare in Palestina?

Come comitato di madri che lottano contro ogni forma di fascismo, un anno e mezzo fa abbiamo iniziato a lavorare su un progetto che riguarda il sostegno a una scuola di musica a Ramallah, in Palestina.

Grazie al ricavato delle vendite del fumetto di Zero Calcare ed Erre Push, " Ultima Fermata", siamo riuscite a raccogliere i fondi necessari per finanziare il progetto e dopo un  anno di attuazione siamo andate a conoscere direttamente  gli attuatori, gli insegnanti e i ragazzi che stavano partecipando. Mosse anche dalla necessita di conoscere direttamente , come era stato nel 2017 con l'incontro con le Madres de Plaza de Maio in Argentina, e vedere con i nostri occhi una terra che da oltre 70 anni subisce un occupazione militare senza eguali.

Così con  Rosa ( mamma di Dax ) e altre di noi,  un mese fa siamo partite.

 

Perchè una scuola di musica?

Perchè la musica può avere un valore terapeutico e sociale molto forte, aiuta a resistere ed esprimersi in contesti particolarmente complicati; poi perchè è divertente, fa bene, è una forma di svago. E anche perchè era la passione di mio figlio Renato.

Ringraziamo di cuore chi ci ha permesso di partire e chi ha organizzato questo progetto al quale teniamo molto. 

 

Quanto siete rimaste e cosa avete visto e visitato?

Siamo state 10 giorni, di cui 2 a Ramallah. Abbiamo approfittato del viaggio impegnativo per visitare e provare a conoscere più luoghi possibili.

Ci racconti quello che ti ha più colpito?

Prima di tutto il campo di Aida, messo in piedi dall'Onu nel 1948 per far fronte all'enorme emergenza rifugiati che si era venuta a creare a causa dell'inizio dell'occupazione israeliana.

1 km quadrato, 6.000 abitanti, doveva essere un campo provvisorio, è li ancora oggi.

La ci vive un fratello dei nostri figli, un figlio, con cui da 16 anni condividiamo molte battaglie.

Aida è stata un po " casa ", sui muri era pieno di murales che parlavano delle nostre lotte, da quella contro il TAV, alla solidarietà per gli arrestati italiani e romani, fino ad arrivare alla memoria per i nostri figli: all'ingresso del campo c'è una scritta in ricordo di Dax, fuori dalla nostra casa invece un ritratto di Carlo, dietro l'angolo, di fronte all'unico centro culturale di Aida, L'Amal almustakbal cultural center, gli occhi e il volto di mio figlio, Renato, come nella foto che ho all'ingresso di casa. ( PaginaFB Centro Amal Aida).

E' stata un'emozione fortissima.

Abbiamo vissuto Aida, conosciuto molte famiglie, molte madri; con una di loro c'è stato un legame forte, " tu sei palestinese " mi dice, " questa è casa tua ".

Ci racconta delle difficoltà e della drammaticità di essere madri in un contesto dove i tuoi figli possono essere arrestati o uccisi così, come se non importasse a nessuno.

Parliamo a lungo, da madre a madre, poi ci salutiamo.

Pensi di avere in comune qualcosa con quella donna? Cosa?

Molte cose, una su tutte, ci accomuna il dolore per la perdita di un figlio che lotta per la libertà

 

Aida Camp, poi?

Gerusalemme, la città santa, poi Hebron, la città fantasma.

Solamente dal viaggio in pullman capisci quanto sia difficile muoversi in Palestina e quanto possa contare avere il documento " giusto" : file ai check point, controlli, filo spinato e torrette militari ovunque, siamo state ferme 2 ore a un controllo perchè avevamo un coltellino per tagliare la frutta. A Gerusalemme e a Ramallah abbiamo incontrato le  donne Palestinesi che in forma organizzata, ma anche nel quotidiano,nella famiglia nel lavoro e anche nel carcere  resistono all'occuoazione israeliana. A Gerusalemne anche l'incontro con  due famiglie che hanno avuto due figli uccisi. Uno di 12 anni , rapito torturato e ucciso   tempo fa, proprio alla fermata dove siamo scese. 

 

Da Chi?

Dai coloni, con la solita copertura dell'esercito israeliano, che occupa la Palestina da 70 anni. L' altro ragazzo  di 13 anni e'stato ucciso sulla strada dall'esercito.

E' asfissiante, i muri che dividono, da una parte le case palestinesi con la tanica d'acqua sul tetto, dall'altra quelle israeliane con i pannelli solari, le reti che coprono il mercato vecchio di Hebron, per proteggere i negozi palestinesi dal lancio di spazzatura e oggetti vecchi da parte dei coloni, che hanno occupato la parte superiore della  citta' vecchia.

Tocchi con mano l'Apartheid. I racconti della nostra guerra, la prima e la seconda, li vedevo mentre camminavo per le strade.

 

E quindi, che fare? Scusa la retorica

Quindi continuare e organizzare la solidarietà e il sostegno alle piccole realtà che quotidianamente resistono all'occupazione. 

La Palestina è una terra splendida, i palestinesi un popolo accogliente e solidale, con cui vogliamo continuare a lottare.

Ogni vita è preziosa, il nostro lavoro come comitato ce lo ha insegnato, non avere un modo per fermare l'occupazione non è un buon motivo per non fare nulla, la lotta è sempre, come l'amore per i nostri figli

 

Come continuerete il vostro lavoro e come si può sostenere i vostri progetti futuri?

Abbiamo in mente molte cose, siamo tornate da poco e dobbiamo ancora riordinare le idee.

Sicuramente come prima cosa sosterremo la raccolta fondi che sarà lanciata tra poco per sostenere la realizzazione del nuovo centro culturale di Aida Camp, l'Amal Almustkbal, e vorremmo essere le prime, dedicando questo nuova lotta ai nostri figli e alle loro idee.