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Si è svolta a Gaza, dal 26 agosto al 2 settembre, la terza edizione di “Boxe contro l’assedio”. Il progetto nasce nel 2018 dall’incontro tra la palestra popolare di Palermo e il Ciss (cooperazione internazionale Sud-Sud, ONG palermitana attiva dal 1985). Dalla seconda edizione del progetto ne fanno parte anche due realtà romane: la palestra popolare Quarticciolo e la palestra popolare Valerio Verbano. Boxe contro l’assedio” si pone l’obiettivo di sviluppare l’attività sportiva nei territori palestinesi, in particolare nella striscia di Gaza, resa fortemente difficile dall’isolamento a cui è sottoposta la striscia dalle forze militari Israeliane. In occasione della presentazione della mostra fotografica del progetto, a cura di Daniele Napolitano e Valerio Nicolosi, che si terrà a Firenze il 6 ottobre, abbiamo intervistato Giovanni Cozzupoli, tecnico federale FPI (federazione pugilistica italiana) della Palestra Popolare Quarticciolo in merito alla sua esperienza.

 

Innanzitutto partiamo dal nome: Boxe contro l’assedio. Esattamente, però, a cosa facciamo riferimento quando parliamo di “assedio” per quanto riguarda la Palestina?

boxe contro assedio4Si parla di una condizione che si vive principalmente nella striscia di Gaza, o meglio che lì si mostra in tutta la sua ferocia. Non che negli altri territori occupati non sia presente ma a Gaza risulta particolarmente evidente. Per dare un’idea della dimensione anche di spazio: in una porzione di territorio grande come il X municipio di Roma ci vivono oltre due milioni di persone sostanzialmente in gabbia. Stiamo parlando di una striscia di terra completamente cinturata, monitorata e circondata da muri e/o postazioni militare israeliane che limitano nella maniera più totale l’accesso e l’uscita dal territorio. L’ingresso può avvenire solo previa autorizzazione israeliana tramite il valico di Erez (tramite quindi Israele) oppure da Rafah (territorio egiziano, ma questa via è ancora più complicata rispetto alla precedente se non impossibile). L’ingresso a Gaza avviene attraverso tre controlli documenti, un controllo bagagli a raggi X e un interrogatorio estremamente mirato e minuzioso. Superati questi controll si attraversano una serie di corridoi stretti, tornelli e una “buffer zone” attraversabile solo in taxi e sotto tiro di torrette elettrificate. Dopo i controlli israeliani ci sono anche quelli di Hamas. E finalmente si accede a Gaza se tutto va bene. L’idea di assedio è quindi già ben visibile: postazioni militari, checkpoint e controlli limitano completamente la libertà quotidiana all’interno di quei territori. Questa trafila, già complicata, vale per tutti fuorchè i cittadini di Gaza (gazawi) per i quali è pressoché impossibile ottenere permessi per lasciare la città.

In questo contesto, questo progetto cosa si propone di fare?

boxe contro assedio9Il progetto nasce con l’intento di portare aggiornamento e metodologie innovative in un territorio che, per forza di cose, a causa dell’assedio a cui è sottoposto e quindi al totale isolamento dal resto del mondo, ne risulta sprovvisto.

A tal proposito ti blocco subito e mi riallaccio alla questione assedio legata alla pratica sportiva. Un documentario argentino (yallah!yallah!) parlava proprio di questo riferendosi al calcio in Palestina: la difficolta’ di organizzare un movimento sportivo in questo contesto e il sistematico sabotaggio da parte di Israele per evitare che cio’ accada.

Lo sport nella storia ha spesso ricoperto un ruolo fortemente politico. Attraverso lo sport una “nazione” uno “stato” un “popolo” si afferma e afferma il suo valore e molto spesso la sua esistenza. Eventi sportivi si sono trasformati anche in importanti ed iconici eventi politici, basti pensare al Sudafrica di Mandela, a Jesse Owens che vince le olimpiadi nella Germania nazista, ai pugni chiusi di Tommie Smith e John Carlos e via discorrendo. Altresì spesso per sminuire il ruolo politico di una nazione, o in contrasto con le politiche che si svolgevano nel paese organizzatore, sono stati diversi i casi di boicottaggio alle Olimpiadi (fra cui, il più ricordato, è il boicottaggio di diverse nazioni del “blocco comunista” o comunque satelliti alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984). boxe contro assedio5In questo caso c’è un popolo, privato del suo territorio e della sua esistenza, che cerca di affermare la propria identità anche attraverso lo sport. Dal punto di vista sportivo il primo obiettivo dei palestinesi è portare la propria bandiera in una competizione sportiva mondiale e, possibilmente, su un podio ben consci dell’importanza e dell’impatto politico che questa cosa potrebbe portare. Israele ha un sistematico piano di negazione dell’esistenza dei palestinesi. Questo passa dalle condizioni di vita giornaliere, dal tentativo di cancellare usanze, culture e tradizioni e arriva anche, ovviamente, al piano sportivo della questione. Negare lo sviluppo di un sistema sportivo significa rendere più difficile, se non impossibile, la realizzazione di quanto stavamo dicendo prima.

A questo punto quindi sono obbligato a chiederti: in che contesto vi siete trovati a “lavorare”?

Gaza ha un incredibile carenza di strutture, di materiali tecnici e di soldi investibili nello sport. Ciò che non manca, va detto, è un incredile voglia di vincere e di affermarsi. Ci si allena in strutture poco attrezzate e molto piccole, con allenamenti che inevitabilmente confronto con quelli di altre federazioni risultano antiquati e vecchi, sia dal punto di vista tecnico che da quello atletico. Bastasse solo la dedizione, la forza di volontà, il coraggio e la voglia di vincere sono sicuro che i palestinesi sarebbero primi in qualsiasi competizione. Nell’organizzare però una disciplina sportiva servono anche attrezzature, aggiornamenti continui, interscambi con altri tecnici e altre nazioni, metodologie adeguate. A causa dell’assedio costante sotto il quale sono costretti a vivere i palestinesi, tutto questo risulta allo stato attuale impossibile. Abbiamo quindi provato, in questo contesto, a portare il nostro contributo di conoscenze di allenamento e introdotto nelle palestre del materiale tecnico.

Dunque, esattamente voi cosa avete fatto lì? In che cosa consiste, materialmente, il progetto?

boxe contro assedio11La primissima edizione del progetto si è trattato di costruire legami e rapporti con le realtà palestinesi, ed è stata anche la prima volta che un pugile professionista (Giancarlo Bentivegna, palermitano) entrava nella striscia. Nella prima edizione a cui ho partecipato (la seconda del progetto) principalmente ci si è occupati di gestire allenamenti con “nostre” metodologie dal punto di vista atletico e pugilistico, venendo in contatto con quattro realtà sportive. Contatti che ovviamente ancora manteniamo. Nella seconda edizione (a cui ho partecipato, la terza del progetto) oltre ad occuparci di questo aspetto abbiamo anche organizzato dei momenti di confronto con tecnici ed allenatori palestinesi sulle varie metodologie da utilizzare per gestire programmare e portare avanti allenamenti. E’ stato quindi un doppio binario: da un lato la gestione degli atleti, allenandoli, dall’altra il confronto con i tecnici affinchè potessero avere quei momenti di scambio e appunto confronto di cui parlavo precedentemente fondamentali per la crescita e lo sviluppo di un movimento sportivo (in questo caso pugilistico). Come dicevo anche prima abbiamo anche portato diverso materiale tecnico (guanti, sacchi e via discorrendo). La cosa che mi piace sottolineare è che dalla seconda edizione è nata una nuova palestra il cui logo è esattamente quello del progetto” boxe contro l’assedio” e la palestra è stata rinominata “palestra popolare roma palermo”.

A cosa serve, dunque, in un contesto come questo da “esterni” avvicinarsi alla Palestina con un progetto di tipo sportivo?

boxe contro assedio18Lo sport è stato un componente importante per penetrare in quei territori, vedere e raccontare ciò che accade e che troppo spesso è taciuto dai media mainstream. Ti da la possibilità di avere uno sguardo aperto su una causa che dura ormai dal 1948. Sicuramente per loro, essendo un popolo sostanzialmente in gabbia all’interno dei propri confini, confrontarsi anche a livello sportivo con altre realtà e metodologie nuove e diverse è una boccata d’ossigeno rispetto alla condizione quotidiana. E’ ovviamente uno stimolo ulteriore per continuare a lottare e a resistere sapere che oltre quel muro apparentemente invalicabile ci sono tante persone e realtà che solidarizzano con la loro causa.

Sono in programma altre edizioni di Boxe contro l’assedio?

Sì, Israele permettendo. La volontà è quella di allargare ad altre realtà sportive gazawi questo progetto e far sì che nuove realtà sportive nella striscia nascano e si sviluppino.

Per concludere: pensi che la metodologia “popolare”, quella cioè che nei territori delle nostre città portano avanti le palestre popolari, in un contesto come questo sia più efficiente quantomeno per creare relazioni?

Certamente quello che vogliamo portare non è una fredda dottrina sportiva, non ci poniamo l’obiettivo di portare lì solo metodologie moderne e attrezzature. Il nostro obiettivo non è essere dei freddi manuali sportivi dal quale prendere nozioni. L’idea delle palestre popolari, quindi aggregazione, solidarietà, rispetto e cultura dello sport come condizione imprescindibile per migliorare la condizione di vita è quella che abbiamo portato con noi a Gaza. E’ nel nostro background culturale perché è quello che proviamo a fare giornalmente nei quartieri che abitiamo. Sicuramente questo tipo di metodologia ti permette di entrare più facilmente in empatia con gli atleti e i tecnici e di sviluppare quindi un rapporto che va oltre a quello “solamente” sportivo.

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